Stage sulla vocalità altosabina

Nel nostro territorio, al momento della ricerca era ancora possibile registrare dall’antica voce di due donne — le ultime di un gruppo di canterine di Preta, conosciute nell’amatriciano come “le pretarelle” — un loro repertorio di canti contadini, quasi esclusivo nella zona.
L’assenza, o meglio la non conservazione, di una tradizione di canto maschile funzionale al lavoro agricolo si spiega facilmente se consideriamo i caratteri geografico-economici del nostro territorio, in prevalenza pastorale: le uniche attività di agricoltura cui si possa riconoscere una certa rilevanza sono la mietitura e la falciatura. Orbene, la prima — trattandosi di lavoro stagionale di durata abbastanza limitata nel tempo — veniva affidata ad “opere” provenienti dalle zone limitrofe nelle quali questa attività interessa ben più ampie estensioni di territorio; mentre la seconda non richiedeva un particolare impegno essendo limitata al fabbisogno dei pochi animali domestici da soma o comunque stanziali.
Resta da spiegare perché tale repertorio fosse eseguito solo da donne: una prima evidente risposta ci viene dalla stessa denominazione funzionale di una parte dei canti, quelli appunto detti alla monnarella. Si tratta quindi di canti prevalentemente usati durante la monda o sarchiatura del grano, compito tradizionalmente affidato alle donne. Le testimonianze maschili ci confermano che “mai” la sarchiatura era effettuata da uomini. Le stesse fonti ci spiegano il motivo per cui nell’Amatriciano sembrano sconosciuti canti di mietitura o di falciatura: questo tipo di canti – come si diceva – era proprio dei salariati adibiti ai lavori stagionali, in specie alla mietitura, e non a caso gli esempi che si ricordano sono quelli portati dai mietitori provenienti dal Teramano, o in misura minore, dall’Ascolano e dal Reatino.
Tale testimonianza alto-sabina conferma la nostra convinzione che il canto di mietitura non si possa propriamente definire “di” o “sul” lavoro, ma piuttosto “di sosta”, avendo comunque funzione “di rallentamento”, se non di interruzione, del ritmo del lavoro: erano infatti i mietitori forestieri a cantare, e non già i proprietari delle messi, ovviamente per nulla interessati al prolungamento del tempo di mietitura.
Sembra comunque chiaro che non cantassero solo le donne di Preta, ma il fatto che proprio fra di loro si siano conservati questi canti non può che designare una maggiore abilità delle stesse, fatta di consuetudine e di affiatamento, oltre che evidentemente di qualità esecutive socialmente riconosciute.
I canti sono presenti in una duplice forma, cui le interessate danno rispettivamente la denominazione all’arianella e alla monnarella. La prima deriva dall’intercalante nonsense (almeno per noi) che chiude la strofa : “l’arianella e l’arianò”; la denominazione della seconda, come s’è detto, esplicita la funzione della monda o sarchiatura del grano.
L’arianella si struttura su una quartina di endecasillabi in rima A B A B. La monnarella è scandita in distici di endecasillabi assonanzati e caudati.
I testi poetici di entrambe partecipano della circolazione della lirica “monostrofica” riscontrabile in area centro-meridionale: una circolazione molto più ampia, come si sa, di quella dei moduli di canto, di solito ristretta a zone estremamente limitate, come infatti si può dire per questi esempi di Preta.
Il modo di esecuzione è, in ambedue le forme, legato alla funzione del canto: due gruppi di esecutrici, distinti per situazioni spaziali a volte anche molto distanti, si alternano nel canto, che viene per ciascun gruppo intonato da una solista e poi ripreso in modo bivocale.

Lo stage sul repertorio dei canti alla monnarella e all’arianella verrà condotto da Susanna Buffa con la collaborazione di Stefania Placidi.